VI RICORDATE QUANDO GIOCAVAMO SULLA TERRA?
Venerdì 09 Marzo 2012

Categoria: Campionati
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Viaggio sui campi e nella nostra memoria  come eravamo!



Alzi la mano che si ricorda quando giocavamo sui campi in terra!

Già, la terra!

Quella che ti sbucciava le ginocchia e i gomiti, quella che ti faceva sgorgare il sangue dalle cosce, quella che ti faceva conficcare qualche sassolino nella pianta dei piedi facendoti "ravanare" all'interno delle calze per capire sei riuscivi a toglierlo.

Già, la terra!


Eravamo già fortunati quando la terra era morbida e compatta. Spesso non era così.

Ho visto costruire, diversi anni fa,  il campo di Via Ugaretti a Pegli alla fine degli anni 80!

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CAMPO DI VIA UNGARETTI E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA


 Era la nostra "casa giornaliera", certo passavamo più tempo lì sopra che non nelle nostre case a studiare.

I costruttori del campo avevano  fatto una gettata di pietroni (dicevano che filtravano l'acqua).  Più sopra avevano messo uno strato di  ghiaia che -  a dire degli "esperti" -  doveva impearmibilizzare il terreno.

Poi veniva stesa la terra (in realtà era sabbia di fiume), che veniva compattata e schiacciata all'inverosimile.

Appena finito, il campo pareva un biliardo, liscio e vellutato come il culetto di un bambino, a tal punto che quesi ti dispiaceva giocarci sopra.

Appena finivi di giocarci sopra,  capivi che forse era davvero meglio se non lo avevi fatto: il campo non era più liscio e vellutato, ma pieno di gibbosità e buchi, in alcuni casi autentiche voragini.

La cosa peggiore che si potesse fare era quella di giocare su un campo in terra durante una giornata di pioggia. La sabbia diventava una melma indegna, nella quale neppure i porci avrebbero avuto il coraggio di ruzzolarsi.

Il giorno dopo il campo portava i segni della "lotta" come se fosse stato calpestato da una mandria di bufali imbizzariti.

Il vero problema succedeva se - in quelle condizioni tumultuose, il campo si essicava al caldo sole estivo.

A quel punto il campo restava come lo si era lasciato il giorno prima, ma arso, secco, con solchi pericolosissimi.

Eppure ci giocavamo ugualmente.

A quei tempi (era la fine degli Anni 80!) avevo una inguardabile  Opel Kadett color cartazzucchero : ci legavo con una corda una rete metallica e passavo avanti e indietro con l'intento di far tornare il campo liscio: in genere ci riuscivo!

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L'usura del campo peggiorava le cose: con il passare del tempo (e con le tormente di tramontana che spazzavano via tutto) ) la sabbia stesa in superficie  iniziava via via  a sparire fino quasi a non restarcene più traccia.

Restava solo la ghiaia (quel secondo strato steso in fase realizzativa del campo) , che fuoriusciva inevitabilmente diventando la prima caratteristica del campo.

Non si giocava più sulle terra ma su un terreno disconnesso pieno di ghiaia e  pietre di varie misure.

Con il passare del tempo ti accorgevi che anche la ghiaia stava iniziando a sparire, e stavi di fatto giocando su quei macigni stesi come "filtro" che - nel frattempo- avevano iniziato a fare capolino.

Te ne accorgevi quando eri in area di rigore in procinto di calciare a rete, e cadevi a terra. Pensavi che il tuo avversario ti avesse fatto cadere toccandoti  con la punta delle scarpe (si giocava con le Superga o con le Rontani, che ne erano uno squallido e povero surrogato) , ma ti ci voleva poco a capire che la causa della tua caduta era uno "spuntone" di roccia.

I campi in terra spopolavano, ovunque si poteva giocare. Con una manciata di lire li potevi prenotare!.

In fondo, a ben vedere, quei campi erano il nostro Maracanà.

Attorno alla Chiesa di S.Antonio Abate (foto sotto) , nel quartiere di Pegli c'era un campetto parrocchiale (c'è ancora adesso). 

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Era una distesa di sassi e macigni che fuoriuscivano qua e à. A volte il pallone non andava dove volevi calciarlo, semplicemente perchè un sasso te lo rimandava indietro.

I Tornei che giocavamo lì erano "mitici" erano la nostra Coppa del Mondo.

E pazienza se - magari sul più bello - un colpo di clacson ti faceva fermare perchè doveva passare in mezzo al campo l'automobile del prete: il tempo di bestemmiargli dietro (se l'era andata a cercare, in fondo era lui che ci istigava a smadonnare!) e poi riprendevamo a giocare come se nulla fosse successo.

I più giovani che leggeranno questo articolo (sempre ammesso che i giovani abbiano ancora voglia di leggere) penseranno che stiamo parlando di storia che si perde nella notte dei tempi.

Qui stà l'errore! Questa storia è più recente di quanto si possa immaginare.

Solo fino ad una decina di anni fa,  tutti i campi genovesi (da Cogoleto a Pieve Ligure, per passare attraverso Via Ungaretti, Via dell'Acciaio , il Boschetto o il Canova) erano tutti in terra.

Guardate queste foto, SONO SOLO DI POCHI ANNI FA!!!


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CAMPO DEL BOSCHETTO - CORSO PERRONE (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) 

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CAMPO ARENZANO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) 


Poi c'è stato l'avvento del sintetico, tutta un'altra musica.

Dapprima i "tappeti" di vecchia generazione, quelli nei quali eri obbligato a giocare con le scarpe in tela e suola). Poi quelli più moderni, in erba sintetica che pare quasi vera (se non fosse per quei pallini di gomma che in molti considerano tossici e cangerogeni).

Come per magia, tutti i tipi di escoriazioni erano  scomparsi: nessuna abrasione, non più sangue e sbucciature.

Il calcio, anche amatoriale, si è cosi'  evoluto, per certi versi anche "imborghesito".

Qualcuno rimpiange i tempi di quel calcio più "spartano", più povero ma al tempo stesso più genuino.

Le giornate duravano mesi, le ore parevano settimane. Il tempo non passava, e tra un cerotto e l'altro il nostro calcio ci faceva stare bene.

Oggi siamo tutti più esigenti. Nell'era della tecnolologia e di tutti quei marchingegni digitali (che il sottoscritto non solo non sa usare ma neppure sa come si chiamino)  per i giovani di oggi è impensabile immaginare di uscire da un campo di calcio marci di fango e polvere, magari senza possibilità di farsi una doccia o - nel migliore dei casi - farla ghiacciata come spesso ci accadeva. 

Oggi ci siamo imborghesiti, siamo "pieni di musse"...

Se vogliamo lamentarci con qualcuno scriviamo una mail perchè non siamo in grado di mandarlo a quel paese di persona,  se vogliamo comunicare con gli amici digitiamo un sms (magari per ricevere come risposta un freddo e poco emozionale  "ok!") , se vogliamo comunicare emozioni attraverso una foto  inviamo un mms (qui però io mi devo fermare  perchè ancora non sono capace: lo ammetto, sono rimasto un po' indietro!).

Se un campo di calcio oggi  presenta qualche buco nelle reti  o se il tappeto appare un po'  logoro ci sentiamo in diritto di lamentarci e di smadonnare, pensando che sia una vergogna che si  possa subire l'onta di giocare su un campo in erba sintetica "spelacchiato".

"Ma come"  - si sente dire- "Proprio io devo giocare su un campo in erba sintetica spelacchiata? Che vergona, che sorpuso, che umiliazione, che offesa per me!".

L'evoluzione dell'individuo porta ognuno di noi a pretendere il meglio, il massimo. 

Ammettere che non siamo capaci a fare qualcosa (come ad esempio non sapere mandare un mms come me ) ci fa apparire agli occhi altrui come dei "coglioni".

Ma il ricordo delle nostre origini  non ci deve fare dimenticare chi siamo e soprattutto chi eravamo, quando giocavamo con le "toppe nel culo" perchè non potevamo comprare un jeans nuovo).

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CAMPO DI GRANAROLO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) 

Oggi tutto ciò appare inacettabile, inamissibile, impensabille.

Ma se imparassimo a "non dimenticare",  forse avremmo tutti un approccio più umile e onesto con la vita e con gli altri.

Vedere le foto dei campi in terra ci fa sorridere. Eppure erano sino a non molti anni fa la nostra casa, il nostro mondo. 

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CAMPO DI SERRA RICCO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) 


Sembrano foto sbiadite nei ricordi della nostra memoria. Ma basterebbe scavare un pochino per sentire ancora  il profumo di quella terra, l'odore di fritto di pesce  che usciva dal ristorante vicino al "campetto"  e faceva venire il voltastomaco.

A volte guardo le mie mani, e le vedo ancora  bianche di calce: era la calce che usavo a mani nude per tracciare le righe dei campi. Quanta calce ho mangiato e respirato , ma era bello così.

Ieri ho aperrto facebook (a proposito di tecnologia ed evoluzione e di quanto dicevamo pocanzi): ho letto molti commenti al  mio articolo " IL CALCIO CHE FU!" da parte dei "ragazzi di quel campetto in salita", che si sono identificati nel mio  "racconto" 

Oggi sono "ragazzi" di quasi 50 anni, un po' attempati e al tempo stesso ancora un po' "bambinoni"

Aver risvegliato in loro certe emozioni e ricordi  mi ha rimpito di gioia.

In fondo pochi sanno che  l'Organizzazione Calcio Liguria (oggi realtà consolidata e conosciuta) è nata così, in quei pomeriggi assolati di 25 anni fa dove le nostre emozioni si fondevano tra fango e calce ad inseguire un pallone.

A distanza di anni abbiamo capito che non stavamo rincorrendo un pallone, ma semplicemente correvamo dietro ad i nostri sogni, alle  nostre sperenze , al nostro futuro! Non dobbiamo dimenticarcene!

SANDRO SCARRONE
PRESIDENTE ASD CALCIO LIGURIA 









 

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