Viaggio sui campi e nella nostra memoria come eravamo!
Alzi la mano che si ricorda quando giocavamo sui
campi in terra!Già, la
terra!Quella che ti sbucciava le ginocchia e i gomiti, quella che ti faceva sgorgare il
sangue dalle cosce, quella che ti faceva conficcare qualche
sassolino nella pianta dei piedi facendoti "ravanare" all'interno delle calze per capire sei riuscivi a toglierlo.
Già, la
terra!
Eravamo già fortunati quando la
terra era morbida e compatta. Spesso non era così.
Ho visto costruire, diversi anni fa, il campo di
Via Ugaretti a Pegli alla fine degli
anni 80!
CAMPO DI VIA UNGARETTI E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA Era la nostra
"casa giornaliera", certo passavamo più tempo lì sopra che non nelle nostre case a studiare.
I costruttori del campo avevano fatto una gettata di
pietroni (dicevano che filtravano l'acqua). Più sopra avevano messo uno strato di
ghiaia che - a dire degli "esperti" - doveva impearmibilizzare il terreno.
Poi veniva stesa la
terra (in realtà era
sabbia di fiume), che veniva compattata e schiacciata all'inverosimile.
Appena finito,
il campo pareva un biliardo, liscio e vellutato come il culetto di un bambino, a tal punto che quesi ti dispiaceva giocarci sopra.
Appena finivi di giocarci sopra, capivi che forse era davvero meglio se non lo avevi fatto: il campo non era più liscio e vellutato, ma pieno di
gibbosità e buchi, in alcuni casi autentiche
voragini.La cosa peggiore che si potesse fare era quella di giocare su un
campo in terra durante una giornata di
pioggia. La
sabbia diventava una
melma indegna, nella quale neppure i
porci avrebbero avuto il coraggio di ruzzolarsi.
Il giorno dopo il campo portava
i segni della "lotta" come se fosse stato calpestato da una
mandria di bufali imbizzariti.Il vero problema succedeva se - in quelle
condizioni tumultuose, il campo si
essicava al caldo sole estivo.
A quel punto il
campo restava come lo si era lasciato il giorno prima, ma arso, secco, con solchi pericolosissimi.
Eppure ci giocavamo ugualmente.
A quei tempi (era la fine degl
i Anni 80!) avevo una inguardabile
Opel Kadett color
cartazzucchero : ci legavo con una corda una rete metallica e passavo avanti e indietro con l'intento di far tornare il
campo liscio: in genere ci riuscivo!

L'usura del
campo peggiorava le cose: con il
passare del tempo (e con le tormente di
tramontana che spazzavano via tutto) ) la sabbia stesa in superficie iniziava via via a
sparire fino quasi a non restarcene più traccia.
Restava solo la
ghiaia (quel secondo strato steso in fase realizzativa del campo) , che fuoriusciva inevitabilmente diventando la prima caratteristica del campo.
Non si giocava più sulle terra ma su un terreno disconnesso pieno di
ghiaia e pietre di varie misure.
Con il passare del tempo ti accorgevi che
anche la ghiaia stava iniziando a sparire, e stavi di fatto giocando su quei macigni stesi come "filtro" che - nel frattempo- avevano iniziato a fare capolino.
Te ne accorgevi quando eri in
area di rigore in procinto di calciare a rete, e cadevi a terra. Pensavi che il tuo
avversario ti avesse fatto cadere toccandoti con
la punta delle scarpe (si giocava con le
Superga o con le
Rontani, che ne erano uno squallido e povero surrogato) , ma ti ci voleva poco a capire che la causa della tua caduta era uno
"spuntone" di roccia.I campi in terra spopolavano, ovunque si poteva giocare. Con una
manciata di lire li potevi prenotare!.
In fondo, a ben vedere, quei campi erano il nostro
Maracanà.Attorno alla
Chiesa di S.Antonio Abate (foto sotto) , nel quartiere di Pegli
, c'era un
campetto parrocchiale (c'è ancora adesso).

Era
una distesa di sassi e macigni che fuoriuscivano qua e à. A volte il
pallone non andava dove volevi calciarlo, semplicemente perchè un sasso te lo rimandava indietro.
I
Tornei che giocavamo lì erano
"mitici" erano la nostra
Coppa del Mondo.E pazienza se - magari sul più bello - un
colpo di clacson ti faceva fermare perchè doveva passare in mezzo al campo l
'automobile del prete: il tempo di
bestemmiargli dietro (se l'era andata a cercare, in fondo era lui che ci istigava a
smadonnare!) e poi riprendevamo a giocare come se nulla fosse successo.
I più giovani che leggeranno questo articolo (sempre ammesso che i giovani abbiano ancora voglia di leggere) penseranno che stiamo parlando di
storia che si perde nella
notte dei tempi.Qui stà l'errore! Questa
storia è più
recente di quanto si possa immaginare.
Solo fino ad una decina di anni fa, tutti i campi genovesi (da
Cogoleto a
Pieve Ligure, per passare attraverso
Via Ungaretti, Via dell'Acciaio , il Boschetto o il Canova) erano
tutti in terra.
Guardate queste foto, SONO SOLO DI POCHI ANNI FA!!!
CAMPO DEL BOSCHETTO - CORSO PERRONE (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA)
CAMPO ARENZANO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) Poi c'è stato l
'avvento del sintetico, tutta un'altra musica.
Dapprima i
"tappeti" di vecchia generazione, quelli nei quali eri obbligato a giocare con le
scarpe in tela e suola). Poi quelli più moderni, in
erba sintetica che pare quasi vera (se non fosse per quei
pallini di gomma che in molti considerano
tossici e cangerogeni).
Come per magia, tutti i tipi di escoriazioni erano scomparsi: nessuna abrasione, non più sangue e sbucciature.
Il calcio, anche
amatoriale, si è cosi' evoluto, per certi versi anche "imborghesito".
Qualcuno rimpiange i tempi di quel
calcio più "spartano", più povero ma al tempo stesso più
genuino.Le giornate duravano mesi, le ore parevano settimane.
Il tempo non passava, e tra un cerotto e l'altro
il nostro calcio ci faceva stare bene.Oggi siamo tutti più esigenti. Nell'era della
tecnolologia e di tutti quei
marchingegni digitali (che il sottoscritto non solo non sa usare ma neppure sa come si chiamino) per i giovani di oggi è impensabile immaginare di
uscire da un campo di calcio marci di fango e polvere, magari senza possibilità di farsi una doccia o - nel migliore dei casi - farla ghiacciata come spesso ci accadeva.
Oggi ci siamo imborghesiti, siamo
"pieni di musse"...Se vogliamo
lamentarci con qualcuno scriviamo una
mail perchè non siamo in grado di mandarlo a quel paese di persona, se vogliamo
comunicare con gli amici digitiamo un
sms (magari per ricevere come risposta un freddo e poco emozionale "ok!") , se vogliamo
comunicare emozioni attraverso una foto inviamo un
mms (qui però io mi devo fermare perchè ancora
non sono capace: lo ammetto, sono rimasto un po' indietro!).
Se un
campo di calcio oggi presenta
qualche buco nelle reti o se il tappeto appare un po'
logoro ci sentiamo in
diritto di lamentarci e di smadonnare, pensando che sia
una vergogna che si possa subire
l'onta di giocare su un
campo in erba sintetica "spelacchiato"."Ma come" - si sente dire-
"Proprio io devo giocare su un campo in erba sintetica spelacchiata? Che vergona, che sorpuso, che umiliazione, che offesa per me!".L'evoluzione dell'individuo porta ognuno di noi a
pretendere il meglio, il massimo. Ammettere che non siamo capaci a fare qualcosa (come ad esempio non sapere mandare un
mms come me ) ci fa apparire agli occhi altrui come dei
"coglioni".Ma il
ricordo delle nostre origini non ci deve fare dimenticare chi siamo e soprattutto chi eravamo, quando giocavamo con le
"toppe nel culo" perchè non potevamo comprare un
jeans nuovo).
CAMPO DI GRANAROLO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) Oggi tutto ciò appare inacettabile, inamissibile, impensabille.
Ma se imparassimo a
"non dimenticare", forse avremmo tutti un
approccio più umile e onesto con la vita e con gli altri.
Vedere le
foto dei campi in terra ci fa sorridere. Eppure erano sino a non molti anni fa
la nostra casa, il nostro mondo.
CAMPO DI SERRA RICCO (COME ERA E DOVE GIOCAVAMO SINO A POCHI ANNI FA) Sembrano
foto sbiadite nei ricordi della nostra memoria. Ma basterebbe
scavare un pochino per sentire ancora
il profumo di quella terra, l'odore di
fritto di pesce che usciva dal ristorante vicino al
"campetto" e faceva venire il voltastomaco.
A volte guardo le mie mani, e le vedo ancora
bianche di calce: era la
calce che
usavo a mani nude per
tracciare le righe dei campi. Quanta
calce ho mangiato e respirato , ma era bello così.
Ieri ho aperrto
facebook (a proposito di
tecnologia ed evoluzione e di quanto dicevamo pocanzi): ho letto
molti commenti al mio articolo
" IL CALCIO CHE FU!" da parte dei
"ragazzi di quel campetto in salita", che si sono identificati nel mio "racconto"
Oggi sono
"ragazzi" di quasi 50 anni, un po' attempati e al tempo stesso ancora un po'
"bambinoni"Aver risvegliato in loro
certe emozioni e ricordi mi ha rimpito di gioia.
In fondo pochi sanno che
l'Organizzazione Calcio Liguria (oggi
realtà consolidata e conosciuta) è nata così, in quei
pomeriggi assolati di
25 anni fa dove le
nostre emozioni si fondevano
tra fango e calce ad inseguire un pallone.A distanza di anni abbiamo capito che non stavamo rincorrendo un pallone, ma semplicemente correvamo dietro ad i nostri sogni, alle nostre sperenze , al nostro futuro! Non dobbiamo dimenticarcene!SANDRO SCARRONEPRESIDENTE ASD CALCIO LIGURIA